L’indicibile del lavoro è: “non ho i ticket restaurant”!

1° maggio: inevitabile prolungare le riflessioni legate a questa giornata con i commenti del giorno dopo, i frammenti di interviste rilasciate da chi era in piazza. Mentre ascolto un servizio radiofonico mi colpisce fra gli altri il racconto di una donna che provo a riprendere un po’ liberamente per ciò che la memoria mi consente: “Sono precaria e la vita in azienda è dura. All’incertezza del futuro, alle difficoltà economiche si somma la difficile relazione con i colleghi assunti regolarmente. Mi accusano di non voler far gruppo, di non andare a pranzo con loro. La verità è che a me l’azienda non rimborsa i pasti, e con il mio stipendio non posso permettermi di andare al bar come fanno gli altri. La verità è che, in quanto precaria, io non ho i ticket restaurant come i miei colleghi assunti a tempo indeterminato”.

Chaplin - La febbre dell'oro

Chaplin – La febbre dell’oro

Mi sembra che quest’episodio sollevi una delle questioni più pericolose che sta accompagnando questa crisi di lavoro: l’erosione anche dei piccoli preziosi patrimoni fiduciari e solidali. Ognuno è preso dalle proprie preoccupazioni, lo sguardo rischia di diventare più stretto, più ombelicale e se non si riesce a tenere uno sguardo “laterale” anche il pensiero perde agilità e diviene meno flessibile. In questo modo si tende ad alimentare pensieri fissi, poco leggeri, ma più rassicuranti nella loro semplificazione e apparentemente più protettivi… cosa di cui sembriamo avere tutti molto bisogno!   Nell’incertezza generale, nelle difficoltà si sta sviluppando solitudine (come ben racconta il post di Matteo Lo Schiavo) e si stanno innalzando confini, spesso di difesa ma che ben si prestano ad essere confusi con armi di offesa. Si innescano singoli episodi che diventano congruenze e verità che non lasciano spazio a dubbi ed interrogativi. Così la scontrosità di una persona, la scarsa collaborazione può essere dimostrata anche dal fatto che “non viene neppure mangiare con noi”, ma pure la convinzione dell’ostilità di un gruppo è provata dal fatto che non sappiano dei differenti trattamenti, non pensino che c’è chi lo stesso pasto lo deve pagare di tasca propria … e in tutto questo non detto si consumano persone e affetti.

Chissà come andrebbero le cose se la signora dell’intervista riuscisse a dire: “verrei volentieri a mangiare con voi, ma non ho i ticket e non posso permettermi questa spesa tutti i giorni. Magari possiamo prenderci un caffè quando tornate da pranzo.” Oppure: “Se vogliamo mangiare insieme ogni tanto, perché non portiamo qualcosa da casa e ce lo dividiamo?”

E cosa succederebbe se i colleghi trovassero la proposta interessante?

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3 risposte a L’indicibile del lavoro è: “non ho i ticket restaurant”!

  1. rossella elisio ha detto:

    Grazie Vittorio per le tue riflessioni.
    Credo che sia proprio “L’eco del vivere” che risuona in questi racconti della fatica del lavoro/non lavoro. E forse le celebrazioni, come quella del primo maggio, e la dimensione di socializzazione che portano con sè consentono alle persone di dirsi e dire delle difficoltà con cui si confrontano, per riflettere sulle differenti dimensioni degli oggetti e delle paure, delle convenienze sociali e soggettive in cui scopriamo di ritrovarci in tanti, oltre le differenze di ruoli e gerarchie professionali e non.

  2. Pingback: L’indicibile sul lavoro. Stato di avanzamento #2 | Appunti di lavoro

  3. ovittorio ha detto:

    L’indicibile si da come censura. La lavoratrice ha piena consapevolezza di quello che non sta dicendo e che le manca la forza per dirlo, nonostante tutto. Ma questa censura è personale (cioè appartiene a quel turbinare di affetti e sentimenti…orgoglio, vergogna, timidezza…) oppure è un effetto sociale (c’è cioè una vera e propria ingiunzione -silenziosa, indicibile- a non dichiarare quello che è nei fatti)? Non vi sembra come il principio eticomorale ‘è opportuno/non è opportuno’ abbia ormai invaso tutti gli ambiti di azione e decisione, così che, persi nei calcoli (è meglio dirlo o è meglio non dirlo?) alla fine rimaniamo soltanto con l’eco del vivere?
    vittorio

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