L’indicibile sul lavoro. Stato di avanzamento #2

Che cosa è stato fatto (1)

Il filone di ricerca su “il lavoro indicibile” o “l’indicibile del lavoro” o l’indicibile sul lavoro” ha generato diversi contributi, suscitato un certo interesse, non solo fra i lettori più abituali di Appunti di lavoro, ma anche fuori. E’ un tema che presenta varie e tante sfaccettature, come anche dimostrano i post fino a qui raccolti.

Una prima importante “scoperta” è che l’indicibile può riguardare innanzitutto il lavoro ma anche il non lavoro.

Di ciò che succede dentro i microcontesti organizzativi, nelle relazioni che ciascun soggetto ha con se stesso, con gli altri, con il proprio lavoro, ne ha parlato Vittorio Ondedei, che individua 4 possibili indicibili:

1) ciò che non si può dire;

2) ciò che non si deve dire;

3) ciò che non si trovano le parole per dirlo;

4) un insieme di cose “cui non interessa farsi parola … eppure sono le cose di cui gli altri si accorgono prima”.

La non intenzionalità comunicativa è stata ripresa in due post: il passaggio di consegne fra Letta e Renzi di Diletta Cicoletti, e “non ho i ticket restaurant” di Rossella Elisio, che dimostrano con i fatti la valenza del comportamento prossemico.

Sul versante del non lavoro, l’indicibile è forse riconducibile anche a ciò che “resta un fatto privato, privatissimo, clandestino, non comunicabile all’esterno. (…) Qualcosa che non sta bene, non è socialmente ammesso, anzi è disapprovato e condannato. (…) Una colpa da nascondere, un vizio privato (…) Un segno di arretratezza culturale e psicologica, un comportamento inferiorizzante, un qualcosa di disdicevole, da stigmatizzare” (2). Almeno così sembra leggendo i commenti al post di Matteo Lo Schiavo su L’indicibile del NON-lavoro e le storie raccolte dalla riviste QCOD nella rubrica (af)fondata sul lavoro.

Per cercare di dare forma a questi protopensieri indicibili ci siamo appoggiati ad altre arti, fra cui la letteratura.  In due recenti romanzi, Arredo casa e poi m’impicco, Sessanta giorni e finiscono i soldi, i protagonisti di diversa età, sesso, professione, città, si trovano alle prese (per lo più subendole) con le trasformazioni del mercato del lavoro cui forse stiamo cercando di dare un nome, di rendere più riconoscibili e forse trattabili. Interessante notare la presenza nei due titoli di una congiunzione subordinante che mette in luce il peso specifico del lavoro nella nostra società.

Alla ricerca di una trama.

Un primo tratto di questa rassegna è che – certi che non si possa e non si debba sempre dire tutto agli altri (esiste un giardino privato!) – c’è forse nella esperienza di ciascuno qualche cosa che può valere la pena di essere visto, analizzato, compreso e comunicato (innanzitutto a se stessi) affrontando i gradini (o gradoni) culturali e psicologici che, consapevolmente o meno, ci spingono in un’altra direzione.

Inoltre, questi contributi mettono in luce i cambiamenti che stanno attraversando il lavoro e l’importanza di tenere collegate le concettualizzazioni (su, per es: la trasformazione dei mondi del lavoro; le modalità di creazione della ricchezza; i processi di costruzione delle identità professionali e lavorative; le diverse modalità di appartenenze organizzative; il contributo del lavoro alla costruzione di una società più equa; la trappola del mito del successo personale e delle opportunità da cogliere) con il portato delle esperienze personali, le storie soggettive, i dati “vivi” ricollegabili in qualche modo a queste trasformazioni.

1 maggio 2014, by Giannelli, Corriere della sera

1 maggio 2014, by Giannelli, Corriere della sera

Sarebbe interessante, inoltre, esplorare come le politiche pubbliche oggi tengono conto di questi cambiamenti, se possono avere una forza orientatrice e trasformatrice, oppure se finiranno per accogliere i mutamenti sociali come dati già invecchiati e magari anche superati. Sappiamo che ci sono al lavoro colleghi e amici ricercatori che stanno studiando il Jobs Act. Cercheremo di carpirne qualche valutazione per rispondere a queste domande.

I prossimi passi

Continuare la raccolta  e diffusione di materiali sul blog;

collegare le nostre riflessioni con quelle di altri, come già sta avvenendo con le riviste QCODMAG, Una città, ed altri interlocutori che andiamo a scovare, intercettare, convincere, ….;

produrre un “manifesto” di ricerca sul tema dell’indicibile, da portare in giro per cercare sponsor e partner.

(1) Questo post è una sintesi di quanto emerso dall’ultimo incontro della redazione su L’indicibile, dove erano presenti Pierluca Borali, Diletta Cicoletti, Matteo Lo Schiavo e Davide Vassallo che hanno lavorato anche per Marco Cau, Rossella Elisio, Graziano Maino ed Alberto Ponza.

(2) Citazione tratta dalla recensione di un film, L’amore inatteso, in cui l’indicibile è per il protagonista una ritrovata spiritualità, la riscoperta di un sentimento cristiano, che però è indicibile nella propria famiglia, professione e classe sociale. Si ringrazio l’autore, Luigi Locatelli, per la recensione e per il suo bellissimo blog Nuovo Cinema Locatelli, cui non abbiamo chiesto di utilizzare la sua definizione di indicibile, ma che ci è sembrata illuminare parte di ciò che stiamo cercando.

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