Non possedere niente, ma usare tutto

photo-mainIn una pausa notturna tra una poppata e l’altra, quando si fa fatica a riprendere subito sonno, mi cade l’occhio sull’IPhone rimasto imprudentemente acceso.

Nonostante mi sia imposta di non leggere di notte, perchè con i bimbi piccoli c’è più bisogno di sonno che di letture notturne, sfoglio la App di Repubblica e trovo l’articolo App-economy Uber e i suoi fratelli dividono l’Italia.

Mi si incendia un neurone… Accidenti…addio sonno. Non so dove mi porterà questa lettura. Vediamo.

Incipit

Non possedere niente, ma usare tutto. Accedere a un servizio, senza mai comprarlo. Condividere oggetti, capacità, automobili, il tempo e gli spazi. C’è addirittura chi pensa che il capitalismo finirà così, seppellito dalla sharing economy.

Ecco come potrei raccontare il momento che sto vivendo e forse che stiamo vivendo dal punto di vista lavorativo, ma ancora più da quello professionale.

Mi trovo a dover decodificare quotidianamente il verbo “to share” e allo stesso tempo sono totalmente addicted. Non posso fare a meno di condividere macchine, capacità, tempo e spazio. Ma anche professionalità, idee. Mi rendo conto che sono compulsiva (soprattutto con le idee: a raffica, ma spesso restano “in bozza” e stentano a crescere). Forse è l’ansia da solitudine, tipica sensazione del periodo della maternità, dalla quale ansia un libero professionista uomo o donna stenta ad uscire a prescindere dalla maternità.

Il web è uno straordinario mondo shared. E dal web è facile arrivare al mondo reale.

I dati

Negli ultimi due anni nel nostro Paese sono spuntate 136 piattaforme digitali di sharing economy, soprattutto al Nord. Nel 2013 il 13 per cento della popolazione, 7 milioni italiani, le ha utilizzate almeno una volta: condividendo con sconosciuti l’automobile, un posto letto, la babysitter, l’abilità ai fornelli, barattando oggetti, raccogliendo fondi.

Se ci pensiamo è anche il fenomeno delle social street, e dell’idea di chi se l’è inventate.

Sono completamente dentro a questo boom dovuto, ci spiegano, alla crisi e alla familiarità crescente con social network e smartphone. Le possibilità sono enormi.

Abbiamo iniziato a sperimentare con musica e film, in un attimo tutto è diventato di tutti.

Il neurone incendiato di cui sopra mi dice che questo c’entra qualcosa con il modo con cui interpreto il mio lavoro.

Crowdfunding e quella insospettabile necessità di avere L’idea

Sono nate centinaia di startup, spesso borderline rispetto a normative e leggi. Prendete Becrowdy, Boomstarter, Dropis, Eppela, Prestiamoci e le altre le 22 piattaforme del crowfunding, il micro-finanziamento dal basso, utilizzabili in Italia. Grazie ad esse si sono raccolti finora 23 milioni di euro, l’80 per cento dei quali con la formula del social lending, del prestito senza l’intermediazione bancaria finalizzato alla realizzazione di progetti.

Nel mondo del terziario e dei servizi questo cambia totalmente la prospettiva.

Cosa possiamo ancora condividere nell’era della sharing economy?

Curiosamente ho trascorso buona parte della poppata del pomeriggio ad ascoltare interessanti interventi al Better Decision Forum 2014 #BDF14, iniziativa sul decision making (altro tema su cui varrà la pena tornare). Ecco pensavo: in fondo questa necessità di avere l’idea qui l’ho vista bene in azione. Nel presentare i contenuti e l’analisi questi formatori di Iconsulting hanno avuto l’idea (o ne cavalcano una che sanno funziona) e la sanno vendere. Sala piena, stile friendly, decision making, leadership, project management e un intricato sistema di frasi ad effetto tra cui “Se ho attorno solo persone che mi danno sempre ragione allora qualcosa non funziona”, “Se tutti dicono che ho ragione, vuol dire che non ho ragione”, “Progettare ambienti e contesti che influenzano la scelta. Non è arte, è una scienza” etc etc.

Trovare L’idea e saperla vendere.

Per me è trovare l’idea e poterla condividere. Ecco, così va meglio. Ma non ho frasi ad effetto, forse un pò di passione, invece i boss triturano le parole, le masticano e te le ripropongono sotto forma di polpetta. Una polpetta tutta d’oro.

L’immaterialità

Lavoriamo con l’immaterialità dei nostri oggetti di ricerca e cerchiamo di trovare il modo per renderli visibili ad altri, cerchiamo fili e trame. Siamo immersi nel farlo nella nostra personale interpretazione dello sharing. Che cos’è in fondo Appunti di Lavoro se non un progetto di sharing?

Reti

Qualcosa mi dice che per quello che sta accadendo intorno nel mondo reale e in quello virtuale l’unico modo di sviluppare apprendimenti e di produrre lavoro (Pierluca aspettiamo il tuo post!) è passando dal “grimaldello” dello sharing.

Ma quindi se hai l’idea fai un’App se non ce l’hai, che fai?

Non è che tutti gli operai rimasti senza fabbrica e quindi senza lavoro possono fare un’App! O tutti i consulenti e formatori possono proporre progetti formativi o oggetti di ricerca che incontrano interessi e trovano finanziatori. Anche se…

Copywright ovvero non possedere niente, se non le tue idee

Mi rendo conto che se condividi idee devi poter avere un copywright o un certificato di qualità, un bollino blu ed essere protetto da una sorta di diritto di proprietà. Quello che le agenzie immobiliari lamentano per Airbnb (“non c’è nessuna garanzia”) o i taxisti per Uber (“sono fuori legge, abusivi”). C’è una tensione a voler attrarre a sè, più che una tensione a voler condividere. Una tensione a voler essere quelli che hanno creato l’App e che hanno avuto l’idea. Istinto di sopravvivenza.

Le idee sono ancora difficili da condividere. Forse da sole non valgono molto, valgono se possono crescere, alimentarsi di altre idee, essere fonte di nuove relazioni interessanti professionalmente e personalmente. Se possono alimentare un confronto, far crescere curiosità, raccogliere idee simili o diversissime e trasportarle verso le esperienze di gruppi sociali e organizzazioni.

Confini

Ritorno di schianto alla mia tesi di laurea, quella mai finita, sui confini (ne ho fatta un’altra sui sondaggi d’opinione, forse un giorno ne scriverò…). Ragionavo all’epoca su confini geografici, ma anche antropologici. Su quanto i confini diventano frontiere e quanto le frontiere diventano luoghi fisici e umanamente intrisi di significati diversi.

Oggi i confini non vanno d’accordo con lo sharing, che non conosce frontiere. E anche le idee non possono restare confinate.

Alla fine ne è uscito un post strano. Un altro indicibile è tratto.

Informazioni su diletta76

Ho iniziato con le ricerche di mercato e i sondaggi d'opinione e ho proseguito con la ricerca sociale. Mondi diversi in cui però ho potuto fino ad ora sempre sperimentare. Questa fase è ancora più ricca, se possibile, di opportunità e novità: vedo il blog Appunti di Lavoro come uno strumento di lavoro importante, che mi consente di confrontarmi con colleghi, di proporre progetti, analisi, punti di vista. In qualche modo di contribuire per una piccola parte alla ricerca, appunto, nella complessità del mondo in cui oggi viviamo.
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