Cooperativa Sociale: un po’ più complicata?

Di tanto in tanto mi chiedono di intervenire durante assemblee o giornate formative rivolte a soci di cooperative sociali.

L’ultima occasione è rappresentata da un percorso associativo proposto da una cooperativa ai propri soci lavoratori e dipendenti.

Cerco, come altre volte, di spiegare i meccanismi di funzionamento propri della cooperativa, i principi su cui si fonda e le leggi che cercano di tradurre quei valori.

Riduco all’osso, ovviamente, non mi perdo, o almeno mi sembra, in fronzoli e cavilli, lo scopo dell’intervento è mostrare uno scheletro di norme e prassi quotidiana.

Verso la fine della presentazione un giovane lavoratore interviene:  <<Ma un po’ più complicato, no? Quante cose bisogna saper fare, oltre al proprio lavoro?>>.

 

In effetti, mi dico, in prima battuta, per chi ne è a digiuno, la normativa e i meccanismi della cooperazione sociale non sono semplicissimi…

Sarà anche questo uno dei motivi per cui abbiamo la sensazione che sia una forma di impresa che ha perso un po’ di appeal?

C’è un problema di nuove generazioni in molte cooperative sociali, i fondatori arrivano all’età della pensione e si fatica a trovare persone che raccolgano il testimone.

Eppure, sensazioni comprovate da statistiche autorevoli, non si registra una diminuzione di impegno sociale da parte dei giovani.

Come mai tale impegno non si riversa, o si riversa solo in piccola parte, nel movimento cooperativo?

Forse ha ragione il ragazzo citato in precedenza, forse la cooperazione è “troppo difficile”, è una forma (civilistica) troppo complessa che rischia di mortificare la sostanza (l’impegno sociale).

 

Certo, si può obiettare, la forma ha un suo senso, spesso le complicate norme sono tali perché cercano di assicurare una tutela massima per il socio.

La complessità è il prezzo che si deve pagare per godere di agevolazioni fiscali tutto sommato non indifferenti…

Tutto vero.

Vero ma pesante, forse troppo.

Cerchiamo cose più leggere, è forse una cifra di questi anni, in tanti campi: cercare di mantenere la sostanza (in questo caso l’impegno civile e sociale collettivo)  in contenitori più lievi e fluidi.

Che ne pensate?

 

P.S.

Mi predispongo a collaborare con imprese sociali fluide con la massima apertura mentale ma, nel cuore, rimango affezionato all’idea della cooperazione sociale la quale, fino all’emergere di alternative che comprovino la propria efficacia, “è viva e lotta insieme a noi”.

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L’attacchino

IMG_1682Mia figlia è nella fase dei puzzle e per la verità la metafora del puzzle o del collage, come insieme di parti che compongono un disegno, mi si addice parecchio in questa fase. Credo poi che ci sia una differenza sostanziale tra puzzle e collage: di certo con il puzzle hai la strada indicata, il collage lascia correre libera la fantasia. Emma all’asilo fa collage, a casa fa puzzle.

Mentre sono in metropolitana ‘inciampo’ quasi letteralmente nei manifesti pubblicitari arrotolati sul marciapiede. È lui, l’attacchino, questa volta non passo oltre, devo aspettare (ben) 3 minuti e mi fermo. Mi rendo conto di essermi ipnotizzata a guardarlo altre volte, ma ha una tecnica precisa e bellissima, ritmica, costante, stende la colla sul pannello e poi sul manifesto mentre lo attacca. E compone il suo puzzle. Piano piano scopri ció che appare.  Non sono certo paragonabili ai puzzle da 1000 pezzi, e non sono collage fantastici o fantasiosi, ma la tecnica induce a pensare che nel comporlo non puoi fermarti, pena bolle o onde che possono comparire da un momento all’altro e rovinare una scritta, un’immagine, uno slogan.

Non so se mi trovo nella fase del puzzle o del collage, forse mi sento più spesso nella necessità di trovare l’incastro giusto, ma mi muovo, in maniera anche scomposta, seguendo colori, sapori, suggerimenti, iniziative, notizie, reti, persone, gruppi, relazioni.

Mi alleno comunque a fare molti puzzle con mia figlia.

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Copiare e Innovare: due facce della stessa medaglia?

Oggi, nella scuola dove lavoro come educatore, si parlava di Ellenismo.

La professoressa, per illustrare l’abbandono della concezione classica di Equilibrio e l’irrompere nell’arte di periodo ellenistico dei temi realistici e passionali, ha illustrato brevemente la celebre scultura il “Galata morente”, arrivato a noi grazie ad una copia romana in marmo (qui la breve nota di wikipedia).

Galata morente

Dalla considerazione che quella scultura, come moltissime altre dei periodi classico ed ellenistico, non sarebbe arrivata a noi senza l’opera di straordinari copisti, la collega è passata ad elogiare altri celebri copiatori: i monaci medievali che, con i loro codici miniati, hanno garantito la trasmissione del sapere dall’antichità al Rinascimento.

I copisti hanno dunque spesso ricoperto un importante funzione culturale.

(Per completezza di informazione, la digressione in classe viene d’autorità chiusa dopo la pretesa di Filippo Verdi – pseudonimo ndr – di essere seriamente preso in considerazione per il ruolo culturale ricoperto: copiatore di compiti in classe…)

Se ci pensiamo, in effetti, copiare, far circolare copie di, è essenziale per garantire la diffusione e la fruizione del sapere.

Inoltre, molto spesso, nella storia dell’umanità, le innovazioni sono consistite nell’immaginare e realizzare forme nuove, tecniche per facilitare le copie, per renderle sempre più fedeli ed economiche.

Pensiamo all’invenzione della stampa, della fotografia o all’utilizzo di molta parte della strumentazione tecnico-informatica odierna…

E, circolarmente, la maggiore disponibilità di sapere ha facilitato confronti tra persone, lontane nel tempo e nello spazio, e generato innovazione.

Ciò si scontra con la visione ingenua, diciamo così della “vulgata” rispetto ai concetti di creatività ed innovazione: che siano operazioni di totale originalità, frutti di un genio creativo isolato.

L’innovazione nel campo sociale

Mi viene il dubbio che le differenti velocità di innovazione tra le realtà del sociale sia anche legata alle diverse capacità di dar vita al passo preliminare: copiare.

Difficoltà a riprodurre, sistematizzare, diffondere quanto fatto, conoscere e sperimentare (copiare) le buone prassi altrui portano alla difficoltà di innovare.

Potrebbe essere un paradosso: fatica ad innovare non chi copia gli altri ma chi riproduce sempre se stesso senza spazio per rielaborare, classificare, analizzare…

In tempi di “nuovismo” e di “giovanilismo” (ahimè, son fatto così,  gli –ismi mi fanno presto venire l’orticaria e dimenticare quanto di buono c’è nella radice del termine!) vorrei, con questo breve post, rivalutare un lavoro fondamentale per porre le basi di ogni innovazione: il mestiere del Copista :-)

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Sociale, che Impresa!

Sono tempi difficili, si sa.

Tempi in cui la sostenibilità degli Enti del Terzo settore è spesso appesa ad un filo e ha l’orizzonte di un progetto o una commessa in scadenza, al termine dei quali si apre l’ignoto.

Serve operare nel mercato sociale in termini professionali, garantire una Qualità elevatissima, Tempi certi, lavorare sulla Comunicazione e contenere i Costi…

Sono competenze imprenditoriali, sono ormai indispensabili e ricorrenti in tutti i contesti in cui operano le cooperative sociali: dall’ambito educativo a quello produttivo di inserimento lavorativo.

Eppure, girando per le cooperative, sembra che pronunciare la parola “Impresa” evochi spettri e scenari che i dirigenti intendono sfuggire ad ogni costo.

<<Imprenditore io? Io sono un educatore, non so nulla di queste cose…>>

<<Imprenditori noi? Noi abbiamo fondato la cooperativa per dare un futuro lavorativo ai ragazzi delle nostre comunità…>>

Può darsi che l’idea di origine sia stata diversa (e diversi erano i tempi), ma oggi perché non prendere atto che l’imprenditorialità è una dimensione imprescindibile del sociale?

Mi chiedo il motivo di resistenze che, a volte, sembrano davvero ideologiche.

“Impresa”, nell’alto Medioevo, era un segno, un simbolo che il cavaliere esibiva per esprimere la propria fedeltà all’onore di una dama.

Spesso l’impresa era ostentata in un torneo e veniva quindi a simboleggiare l’impegno del cavaliere per la difesa della donna.

Se pensiamo che la donna, nel Medioevo, era l’emblema per eccellenza del soggetto fragile ed indifeso, viene allora spontaneo pensare che le cooperative sociali, occupandosi di promozione dei soggetti in difficoltà, se davvero perseguono coerentemente la propria Mission, non possono non compiere un Impresa, nel significato originario del termine…

Forse le resistenze dei colleghi cooperatori sono anche collegate ad un contesto sociale che ormai associa gran parte dell’economia alla speculazione finanziaria (quella sì, esecrabile in un ottica sociale).

In realtà, “Economia” è buona amministrazione del patrimonio famigliare, dello stato e dell’impresa (deriva dal greco Oikonomia, la radice Oikos indica la casa, la famiglia, mentre nomos è la regola, quindi “regolare, ben governare il patrimonio comune”), siamo ben lontani dalla speculazione…

Oppure giocano un ruolo ancora più importante le paure: il confronto con un contesto complesso in cui cadono le vecchie certezze, la competizione con altre cooperative come esperienza inedita, la novità di dover dimostrare il proprio valore con codici che non si padroneggiano ancora.

In occasione di un confronto tra cooperativa ed Ente Locale un Dirigente mi esprime il suo rammarico per il mancato riconoscimento, da parte dei Politici di turno, del valore imprenditoriale della cooperazione sociale del territorio <<…a questi (i politici, ndr) non sfiora nemmeno il pensiero che, per stare sul mercato da venti anni lavorando con il 30% di persone svantaggiate, bisogna essere imprenditori con i contro-attributi!>>.

Bè, come biasimarli…se nemmeno i cooperatori stessi sono sfiorati da quel dubbio…

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Il macellaio 2.0

Manco da due mesi dal quartiere di recente lasciato. Settimana scorsa, anche perché avvisata di una novità da Benedetta, torno per rendermi conto di persona dell’avvenuto cambiamento.
Non te ne accorgi subito, ma poi guardi bene e…il macellaio. Ha preso un negozio più grande, quello d’angolo, ad una sola vetrina di distanza (in mezzo sono andati via gli spagnoli e sono arrivato i cinesi).
Per gente come loro questo è un passaggio epocale. Tanto più che stavano in quel piccolo negozietto dopo aver abbandonato un precedente 4 vetrine un pó più distante, perchè “non era andato bene”.

Trova le differenze

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La nuova insegna strizza l’occhio alle nuove generazioni, ma abbiamo perso il riferimento a ‘professione e qualità’.
Da rosso a nero: sarà questione di stile, ma resta identico il lettering solo del nome Nosari.
Si aggiunge la gastronomia: hanno letto il loro mercato al meglio, giovani e single. Spesso modelle e modelli.
Dentro: il bancone è cresciuto come la famiglia. Abbiamo un Nosari in più da qualche mese, Simone, a proposito di avvicendamenti.
In bocca al lupo!

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Spazio Lavoro

Già in un post precedente (“Raccontare gli avvicendamenti, tra metafore e altre scelte linguistiche”) abbiamo esplicitato il richiamo a una premessa teorica, suggerita dagli studi di linguistica cognitiva, che troviamo interessante: nel nostro modo di utilizzare le parole è racchiusa una teoria dello spazio e del tempo, della materia e della causalità.

Il linguaggio quotidiano dimostra che categorie astratte e recenti (dal punto di vista evolutivo ma anche ontogenetico) vengono concettualizzate dalla nostra mente in termini di categorie più elementari e concrete (George Lakoff, Mark Johnson, “Metaphor We Live By”, University of Chicago Press, Chicago, Illinois, USA, trad. it. “Metafora e vita quotidiana”, Bompiani, Milano, 1998).

Come la nostra mente si raffigura e si rappresenta una delle esperienze quotidiane per noi più importanti, e cioè il Lavoro?

Bè, prendendo in considerazione le forme linguistiche che caratterizzano il nostro parlare di lavoro ci accorgiamo che la metafora prevalente assimila il Lavoro ad un Viaggio:

-        Ha fatto tanta strada nel suo lavoro…

-        Ha scalato le gerarchie aziendali…

-        Il suo percorso lavorativo è accidentato…

-        La sua carriera è su un binario  morto…

-        Ha lasciato a metà il suo compito…

-        E’ stato promosso Direttore, è “arrivato”…

E l’elenco potrebbe continuare, comprendendo anche il nome del dominio di questo sito “Appunti di Lavoro” (in analogia con gli “Appunti di viaggio”…)

Mi occupo di inserimento lavorativo di persone considerate svantaggiate all’interno di Cooperative Sociali e ritengo importante comprendere e considerare come l’esperienza lavorativa viene concettualizzata in termini di vissuto profondo e di percezione.

Lo ritengo rilevante perché tale considerazione può facilitare la presentazione di una proposta lavorativa maggiormente sensata (dotata di senso) a favore di persone che, molto spesso, del lavoro e del contesto aziendale hanno solo esperienze frustranti e negative.

Se il lavoro è un viaggio è essenziale conoscerne la meta

Sembra banale ma non lo è: nell’intraprendere un viaggio è importante avere in testa una direzione e sapere quale è la meta.

Non è scontato soprattutto per persone che, come quelle che spesso intraprendono percorsi in cooperative sociali di inserimento lavorativo, hanno sperimentato molteplici mansioni, lunghi tirocini privi di prospettiva e interruzioni spesso non correttamente motivate.

Se il lavoro è un viaggio è allora importante che la figura responsabile dell’inserimento lavorativo nell’impresa (impresa sociale, nel nostro caso) espliciti al nuovo viaggiatore quale sarà la meta e le tappe fondamentali del percorso: dal mese di prova previsto dal contratto, alle verifiche periodiche con i servizi sociali invianti, alla scadenza del primo breve contratto (cui ne potrà seguire un secondo? O addirittura si potrà parlare di un viaggio, pardon di un contratto, a tempo indeterminato? E’ importante chiarirlo o, altrettanto importante, escluderlo subito dall’orizzonte, se non previsto dalle politiche della cooperativa, per non generare aspettative irrealistiche).

Sapere dove si va, tracciare un sentiero, prevedere soste, dare coordinate. Sono i primi accorgimenti per evitare di perdersi.

Importanti sono i compagni di viaggio

A volte si viaggia da soli e ciò può avere un senso (per esempio nei pellegrinaggi religiosi e spirituali).

Nelle cooperative sociali si viaggia (si lavora) in compagnia ed è un bene per tanti motivi.

Altro corollario importante della concezione metaforica del “mestiere come viaggio” è allora l’esplicitare la dimensione sociale dello stesso.

Chiarire bene che non si lavora da soli, che c’è una squadra, ci sono dei ruoli e delle gerarchie.

Chi fa che cosa? Saperlo fornisce un punto di riferimento importante e definisce il lavoro di ognuno nei termini di rapporto con il lavoro di altri, nella stessa organizzazione: fa sentire parte di un tutto, di una “famiglia lavorativa”.

 E se si sbaglia strada?

Diciamocelo senza vergogna: molto spesso l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate è legato più alla disponibilità di postazioni in un determinato settore della cooperativa che a considerazioni di reale attitudine personale.

Spesso l’urgenza di inserimento da parte dei servizi sociali di riferimento e la mancanza di formazione ed esperienza determinano situazioni di improvvisazione.

Allora non è così raro dover segnalare che la strada intrapresa pare sbagliata.

Sono colloqui, questi, che il responsabile degli inserimenti annovera  tra i momenti più difficili del proprio lavoro; trovare parole sensate è difficile…eppure bisogna sempre tentare di salvare gli aspetti positivi del viaggio (seppure interrotto): la conoscenza dei compagni, le esperienze nuove, gli apprendimenti…

Spazio e identità

Avere un proprio spazio è un fattore strettamente collegato al riconoscimento della propria identità, anche lavorativa: abbiamo il nostro posto nell’organizzazione, nella gerarchia complessiva, il nostro posto di lavoro.

Dice M., in procinto di lasciare la cooperativa “Mi dispiace finire di lavorare…oramai avevo il mio posto a tavola”: ancora una volta la concettualizzazione del lavoro è legato all’idea di uno spazio e occupare lo spazio fisico si lega ad un riconoscimento della persona come tale.

Allora, pensando al percorso lavorativo delle persone inserite trovo importante che, parafrasando il titolo di un famoso film, sia loro garantito ed esplicitato che, per un periodo breve o lungo, in cooperativa, realmente, “C’è posto per te”.

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Che mestieri fantastici!

Guardo, quando riesco, la trasmissione di Corrado Augias su Raitre “Le storie”. Il 3 aprile ero a casa viste le festività pasquali e con il pensiero che in qualche modo questo capitolo 7 del libro a cui sto lavorando, lo devo terminare, forse lo devo ancora iniziare, aiuto.

Con una pressione così alta sulla scrittura e una pressione addosso relativa anche a quello di cui devo scrivere (il futuro dell’organizzazione dei servizi nel welfare sociale – gulp).

Mi si palesa la trasmissione di Augias con ospiti Pericoli (sì proprio lui, Tullio) e De Nardo (copywrighter prestato alla letteratura per i ragazzi). Insieme presentano un Quaderno Quadrone “Che mestieri fantastici”, con tavole illustrate di Pericoli. Pericoli tiene a dire che le tavole non le ha costruite per il libro, ma che è stato un incontro fortunato: le illustrazioni esistevano già e i racconti di De Nardo le hanno ‘trovate’ e riportate alla luce.

Nimbo e Dizzy fanno due mestieri davvero speciali: Nimbo ripara le nuvole, Dizzy cerca le parole. Quando non piove o piove troppo, arriva Nimbo e mette tutto a posto; quando fai i compiti e non trovi la parola giusta o ce l’hai sulla punta della lingua e non viene fuori, basta telefonare a Dizzy e lui risolve la faccenda. Ma questa volta accade qualcosa di strano nei loro strani mestieri. Sapranno cavarsela?

In questo momento vorrei tanto che Dizzy e Nimbo fossero qui: Nimbo per spazzare via questa umidità, Dizzy per aiutarmi a trovare le parole, per scrivere e de-scrivere qualcosa che ancora non c’è. A proposito di Mestieri Fantastici!Che mestieri fantastici!

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d7809e1d-46fb-40fb-99d6-4f8ab4b62909.html

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