E se fosse il papà a diventare funambolo?

Nel settembre 2011 ho pubblicato un post sul tema della conciliazione al femminile “Mamma (e moglie) acrobata?”. Di recente ho letto sul sito del Corriere della Sera un articolo dal titolo “Quando anche il papà fa l’acrobata. Aumentano i padri alle prese con la fatica di conciliare tutto. Tra scelte e patti, fanno così“(Elisabetta Andreis, 7 ottobre 2011).
Ho trovato il contenuto molto stimolante e ho quindi deciso di condividere sul blog di Appunti di lavoro [qui da dove tutto è partito] altre mie considerazioni, questa volta sulla conciliazione al maschile, sperando di sollecitare il commento di qualche papà.
Dell’articolo di Andreis mi è piaciuta la parola patti. La conciliazione è fatta di patti, accordi, contratti più o meno espliciti, dichiarati e consapevoli fatti con sé stessi, con il/la compagno/a, con il resto della famiglia e della rete di supporto.
Pensando alla maggior parte delle famiglie di oggi, in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, le acrobazie si suddividono a metà tra padre e madre.
Sempre più spesso capita di vedere padri che accompagnano i figli dal pediatra, li vestono, si occupano del momento del bagnetto e della pappa, seguono l’inserimento del piccolo al nido [anche se dal mio parziale osservatorio questa sembra essere ancora un'eccezione].
Anche in famiglia, così come avviene nei servizi educativi, la condivisione delle responsabilità di cura avviene attraverso il delicato momento del passaggio di consegne. Ecco allora che iniziano a fare capolino nelle mure domestiche lavagnette o post-it colorati che riportano routine, scadenze e un elenco di cose da fare nella giornata post lavorativa [sarebbe interessante indagare chi compila solitamente questi strumenti di comunicazione intra-familiare...la mia impressione è che siano spesso colorati di rosa!].
Il papà può entrare in gioco nell’agenda domestica solo se gli viene lasciato lo spazio per farlo, ovvero se la mamma è capace di delega. L’articolo del Corriere della Sera riporta la frase di un padre intervistato che parla di un pizzico di delirio d’onnipotenza al femminile o sottile compiacimento della donna nell’affanno.
Effettivamente, come già dicevo nel mio post precedente, spesso è la mamma che si assume l’onere di coordinare il tutto e i padri, anche quelli più disponibili, si prendono gli spazi vuoti che gli vengono gentilmente “concessi”. Forse per parlare di una conciliazione che non sia connotata solo di rosa, le donne dovrebbero imparare a fidarsi di più delle capacità organizzative degli uomini. Interessante è il finale dell’articolo in cui la giornalista si chiede “chi in famiglia è il capo? chi l’aiutante?” e aggiungo io “chi detiene il ruolo di responsabilità e chi un ruolo di supporto? Si parla di responsabilità condivisa o di responsabilità nelle mani di uno solo? E a proposito di avvicendamenti mi chiedo “sono pronte le mamme di oggi a lasciare al loro compagno il ruolo di coordinamento del ménage familiare?” E i padri sono preparati ad accettare l’incarico?”.

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Fusion for a professional writing?

1. Fusione e anime

Fusion Dance di Gotens e Trunk (da Wikipedia)

Torniamo sul tema delle scritture a firma congiunta, questa volta facendo un giro largo e passando per Dragon Ball (mentre uno di noi non si cura dei fumetti, l’altra apprezza gli anime). La digressione potrebbe servire per tematizzare la scrittura collaborativa in internet, coglierne alcuni aspetti, e… rilanciare una proposta. Insomma saremmo interessati ad un confronto.

Tre tipi di fusione

In  Dragon Ball la fusione è una opzione di combattimento che consente a due guerrieri di unirsi fra loro costituendo un unico combattente più forte. La fusione può avvenire in tre principali modi:
- mediante una danza rituale (Fusion Dance o Danza di Metamor);
- attraverso l’uso di orecchini magici (Potara);
- compenetrando corpo e forza (assimilazione Namecciana).

Fusion Dance o Danza di Metamor

Inventata dai guerrieri del pianeta Metamor, la Fusion Dance è una successione precisa di gesti e posizioni che produce la fusione di due individui in un solo guerriero. Per potersi fondere entrambi devono avere caratteristiche fisiche simili e lo stesso livello di forza. Se nel corso della danza vengono commessi errori, la fusione non si realizza o dà origine ad un essere obeso e impacciato oppure gracile e debole. Il guerriero che scaturisce dalla fusione riuscita presenta caratteri di entrambi gli individui che si sono uniti, anche se elementi e tratti di uno dei due tendono a prevalere. La fusione generata dalla Danza di Metamor ha tre caratteristiche: assorbe una grande quantità di energia, è temporanea (dura trenta minuti esatti) e non può essere interrotta, salvo uno dei due combattenti esaurisca tutte le sue forze.

Fusione con gli orecchini Potara

La fusione si ottiene indossando gli orecchini Potara ed più potente di quella che si realizza attraverso la Danza di Metamor: si tratta di una compenetrazione permanente e irreversibile. Per poter essere attivata la Fusione Potara non richiede somiglianze fisiche e livelli di energia equivalenti. I due combattenti, non appena indossano un orecchino sull’orecchio opposto, vengono attratti reciprocamente e una potente forza dà origine a un nuovo guerriero con caratteristiche combinate di entrambi i soggetti originari. Aspetto, abbigliamento, abilità e poteri si mescolano, anche nel guerriero che scaturisce dalla fusione Potara il carattere di uno dei due combattenti tende a prevalere.

Assimilazione (o fusione) Namecciana

L’assimilazione Namecciana è una tecnica usata raramente e dai soli namecciani. Un namecciano assimila energia, forza, ricordi e intelligenza di un altro namecciano. I due guerrieri devono liberamente decidere di fondersi, di norma nel corpo del più forte che non muta di aspetto e personalità, ma acquisisce la forza del guerriero assimilato. L’assorbimento che si determina è irreversibile e diversamente dalle fusioni, il guerriero ospitato si annulla a vantaggio dell’altro trasmettendogli la propria forza e i propri poteri.

2. Appunti di lavoro, a più mani…

particolare del template Annotum

Su Appunti di lavoro stiamo tentando forme di pubblicazioni a più mani. Partecipano all’esperimento Alberto Ponza e Anna Omodei e prossimamente altri colleghi. Con questo post proponiamo di estendere ulteriormente la sperimentazione. Non affrontiamo qui la questione di come materialmente si possa scrivere a più mani (in molti modi, in successione, in contemporanea, a distanza, attraverso wiki…), diamo invece conto della soluzione che abbiamo trovato per co-firmare i post con un ‘meccanismo’ assolutamente primitivo (anche la firma congiunta ha un suo significato nella scrittura collaborativa e forse non trascurabile). Al momento ce la siamo cavata così:

  • la coppia apre un account email con il doppio cognome,
  • scatta una foto insieme (la cosa è complessa, non è semplice fare la foto che comunichi opportunamente un’idea di pariteticità e di colleganza),
  • attiva un Gravatar comune,
  • successivamente si registra su Appunti di lavoro come user singolo,
  • a registrazione avvenuta la coppia, il trio, il quartetto, l’equipaggio, può pubblicare post a firma congiunta.

Come si vede il meccanismo è un po’ farraginoso ma non impossibile (anche questa, a modo suo è una specie di danza). Certo se ci fosse un software…

Quello che pensavamo non ci fosse, c’è.

In un primo tempo avevamo pensato una App che ci sarebbe piaciuto chiamare Fusion: quando due o più persone decidono di scrivere e firmare insieme un post, un sms, o un’email, si lancia questa App che chiede conferme reciproche e poi pubblica il documento in questione a doppia, a tripla firma.
Immaginate che si voglia scrivere un post su un blog e lo si voglia firmare in cinque: si lancia Fusion, questa raccoglie i permessi, unifica i gravatar, chiede di assegnare un nickname collettivo e poi mette in rete un post a firma multipla.
Considerate infatti, che sino ad ora, ciascuno può essere solo identificato individualmente. E non si tratta naturalmente di costruire identità fittizie, quanto di fare un’operazione Fusion, cioè di consentire espressioni identitarie multiple e temporanee. Cioè di permettere l’unione delle forze, per prendere posizione, per esprimere congiuntamente un pensiero, per cofirmare un documento. [Se ci fosse Fusion, adesso tre di voi, che state leggendo, potreste decidere di mandare un'unica risposta collettiva, quale che sia.]
Se avessimo avuto le competenze informatiche ci sarebbe piaciuto progettare un software tipo plug-in, utile nei blog e nei social network (e magari brevettarlo).

Co-authors plug-in

Ma il plug-in esiste già (dal 2005) e noi non lo sapevamo. Al momento non è installabile su template residenti in WordPress.com (template gratuiti), quindi non possiamo attivarlo in Appunti di lavoro.
In ogni caso, a proposito di questo plug-in, ci piacerebbe poter studiare come funziona: sotto il profilo relazionale e produttivo, e quali esperienze produce. Come si comprende, siamo curiosi di collegare il tema della scrittura, con il tema di internet 2.0, con il tema della collaborazione, con il tema…

Annotum template

Non solo c’è un plug-in, ma anche un template. Se utilizzassimo il template Annotum potremmo co-firmare gli articoli. Già oggi, con un qualsiasi template è possibile usare la funzionalità bozze per scrivere a più mani. Con Annotum è possibile chiedere revisioni reciproche (cosa leggermente diversa dall’uso dei wiki), pubblicare post e articoli (due forme testuali diverse), incrementare i supporti che favoriscono la scrittura collaborativa e… firmare congiuntamente i testi con una facilità incredibile.

Quindi?

Non solo la possibilità materiale di condividere i processi di scrittura, ma anche la possibilità di firmare congiuntamente post e articoli è un elemento che può favorire la collaborazione nella costruzione di conoscenze, consentendo alle persone coinvolte di rendere visibili apporti e corresponsabilità.

3. Post Scriptum

  • Cosa c’entra Dragon Ball con il ragionamento relativo alla firma congiunta?
  • Che differenza c’è tra scrivere insieme e firmare insieme?
  • Che senso ha firmare con i propri nomi in ordine alfabetico o con il nome del più anziano, famoso, titolato, emergente, in prima posizione?
  • Che senso ha firmare con un nome collettivo (cfr. Wu Ming e Giap)?
  • Che relazione c’è tra una buona produzione a più mani e il vedere riconosciuta l’autorialità del prodotto (paternità o maternità che sia)?
  • Che rapporto c’è tra la questione della proprietà delle conoscenze e il valore che queste hanno nel mercato del lavoro 2.0?
  • Preferiamo una fusione temporaneamente metamorfica, una compenetrazione irreversibile o la devoluzione dell’identità?
  • Che altro?
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(Non) Lavorare in tempi di crisi: nascita di un progetto imprenditoriale

Mettersi in gioco, investire, sviluppare, promuovere, rischiare, cooperare: sono alcune delle parole che associo all’intenzione di avviare un gruppo di Auto Mutuo Aiuto per persone che vivono o hanno vissuto disagio in ambito lavorativo.

Sono alla ricerca di visibilità: far conoscere il progetto a potenziali fruitori ma soprattutto cercare persone interessate a collaborare.

Alla base l’idea che “insieme” sia meglio che “da soli”: certo, subentrano altre dinamiche, la realtà è più complessa, ma allo stesso tempo più ricca. Contatti, scambi, confronti: sono le tre parole chiave legate ad “Appunti di lavoro”; quantomeno con questo post non dovrei essere fuori tema…

Cos’è un gruppo di Auto Mutuo Aiuto

È un gruppo di persone che, su base volontaria, vogliono condividere le proprie esperienze e sostenersi reciprocamente.

Non ci sono finalità terapeutiche, l’obiettivo è quello di supportare coloro che attraversano o hanno attraversato un momento di difficoltà in ambito lavorativo, aumentando la padronanza e il controllo sui problemi.

Le risposte, gli spunti, i suggerimenti offerti dai membri del gruppo sviluppano autoconsapevolezza e rinforzano nella persona le proprie competenze.

A chi si rivolge

Gli incontri sono pensati per persone che attraversano o hanno attraversato momenti di disagio in ambito lavorativo: persone che hanno perso il lavoro, persone che sono in cassa integrazione, persone che vivono situazioni particolarmente conflittuali sul posto di lavoro.

Per accedervi è necessario fissare un colloquio preliminare con il conduttore, il sottoscritto in questo caso, in cui si valuta l’adeguatezza del gruppo in relazione ai bisogni portati dalla persona. Non sono previsti costi a carico dei partecipanti.

Perché parteciparvi

La sfera psicologica in alcuni casi viene trascurata, ritenuta poco utile o di difficile accesso, sebbene sia di primaria importanza per agire sulla motivazione e stimolare il cambiamento, alleviando il disagio di chi soffre.

La partecipazione consente di focalizzare l’attenzione sui problemi personali e di affrontare criticità che a prima vista possono sembrare insormontabili.

All’interno del gruppo si può trovare aiuto, supporto emotivo, confronto e condivisone: uno degli obiettivi è aumentare la propria consapevolezza riguardo alle emozioni che ci attraversano.

Per avere ulteriori informazioni

E’ possibile contattarmi telefonicamente o via mail:

  • 388 6072790
  • albponza@gmail.com
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Sproporzioni

«Le modalità di attuazione del tentativo di suicidio del giorno 30 dicembre 2011 sembrano riferibili, ad una prima osservazione superficiale, ad un gesto autolesivo dimostrativo, ma al contrario rappresenta un importante campanello di allarme per il rischio futuro di attuazione di gesti autolesivi ben più gravi secondo una progettualità di morte»

Sono le parole usate dall’avvocato di Lele Mora, dopo che il GIP ha negato i domiciliari al suo assistito. Le ho lette al volo, su google news, attirato dalle scie di pensieri che ho avuto nei giorni scorsi. Dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane si sono già suicidati 2 detenuti ed i giornali/telegiornali diffondono la notizia dell’’agente di vip’ che si suicida con due cerotti messi sul naso e sulla bocca.

Penso alla sproporzione. Alla durezza di vite non illuminate, non rimbalzate continuamente nel sistema comunicativo e quindi non ingrossate dai continui riconoscimenti. Sarà che il suicidio per soffocamento fa parte della mia storia. Sarà che quando leggo ‘progettualità di morte’ mentre sono qui a lavorare ad una ‘progettualità educativa’ sento come metallo che sfrega su metallo. Vedo il mio volto riflesso dallo schermo e la testa che si scuote.

E poi i pensieri si fermano su come possano coesistere, nel linguaggio, parole che pesano, per tutta la realtà che sorreggono e trasportano, ed altre parole che invece avanzano petto in fuori, agghindate come il maestro di una banda di paese o un generale o un re, ma tali che, se tiri loro addosso una ghianda, le senti risuonare vuote. E fin qui tutto bene. E’ la solita contrapposizione. Ma quando si tratta delle stesse parole? Cosa mi dice quella progettualità di morte? La prendo così al volo e poi la lascio cadere, come uno dei tanti pezzetti raccolti nel sovraffollamento comunicativo, oppure la prendo sul serio, la accolgo nel mio vocabolario affettivo, le faccio conoscere altre parole, vedo come ci si trova…?

E mi sorprendo anche a pensare se un uso enfatico, inopportuno e fanfarone, come quello dell’avvocato, non produca segatura, fanghiglia, muffette, grasso….che poi vanno a depositarsi sulle parole e così, quando mi trovo ad usarle, sono tutte sporche, difficili da maneggiare, improponibili. Lele Mora non scherza. Lele Mora ha una progettualità. Attenzione. E’ in gioco la sua vita. Ci sta pensando seriamente. Sta predisponendo tutto. Sta pensando al momento migliore, a cosa gli potrà servire, al luogo adatto, alle circostanze opportune. Il primo tentativo era soltanto un lapsus, che, opportunamente raccolto, ci delinea i primi tratti di una progettualità.

Esagero anche io. Gioco, rabbrividendo, sull’ambiguità delle parole. Le maneggio con cura e con spavalderia –camuffando la paura. Ed occhio: le parole non sono dell’avvocato, ma del Consulente di parte. Vi dice niente?

Vittorio Ondedei

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#spaziocomune: costruire partecipazione nel tempo della vulnerabilità

Primo incontro nazionale della rete di laboratori di promozione di cittadinanza attiva Spazio Comune

Lucca, 24-25 Febbraio 2012
Polo Fiere – Traversa Quarta, Via di Sorbano del Vescovo, 1

Perché questo convegno
La nostra società vive due profonde trasformazioni che vengono di norma marginalizzate nel confronto pubblico: la crescita esponenziale di nuove vulnerabilità in ceti che non avevano mai conosciuto il rischio della povertà; una possente deriva oligarchica a fronte della quale l’attuale articolazione delle forme della democrazia non sembra in grado di proporre risposte efficaci.
I tumultuosi cambiamenti epocali che stiamo attraversando, stanno depositando in silenzio nella vita quotidiana delle persone nuove importanti criticità. L’ideologia del no limits e la conseguente coazione a cogliere tutta la miriade di opportunità che quotidianamente ci assedia, producono una vita trafelata e perennemente al di sopra delle possibilità di tante famiglie.
Queste criticità si traducono in nuovi disagi e malattie (in particolare la depressione) che attraversano soprattutto una fascia sociale definibile come “ceto medio impoverito” o “vulnerabili”.
L’area dei vulnerabili non sta solo silenziosamente slittando verso la povertà, ma è anche in tacito esodo dalla cittadinanza: sta sviluppando cioè un ri-sentimento verso tutto ciò che è istituito (non solo Stato ed enti locali, ma anche terzo settore e sindacati) da cui non si sente ri-conosciuta.
Se questo ri-sentimento appare oggi più attratto da linguaggi politici semplificatori, dunque potenzialmente eversivi, i vulnerabili sono spesso persone interessate allo spazio pubblico e perciò avvicinabili anche da modalità di esercizio dell’autorità in grado di rassicurare senza illudere, di coinvolgere per costruire insieme intorno ad oggetti quotidiani, utili, non stigmatizzati
Sembra indispensabile un forte rinnovamento delle tradizionali attrezzature metodologiche messe in campo nei percorsi partecipativi.
È una sfida non semplice e richiede l’allestimento di contesti adeguati. Spazio Comune cerca di essere uno di questi contesti, generatore a sua volta di altri possibili contesti per promuovere una ri-articolazione della democrazia a partire dalle nuove vulnerabilità.
Questa occasione di incontro si propone di testare queste ipotesi e queste prassi di lavoro con altre persone e organizzazioni sociali e politiche che stanno cercando e sperimentando in questa stessa direzione.

Che cos’è Spazio Comune
Spazio Comune è un sistema di laboratori di promozione di iniziative di cittadinanza attiva che coinvolge circa 300 persone in otto regioni italiane, nato nel marzo del 2010 dall’iniziativa di un gruppo di persone di diverse regioni italiane, provenienti dal terzo settore, dall’Università, dai servizi di welfare, dall’impegno politico nelle amministrazioni locali, da professionisti impegnati in ambito sociosanitario, urbanistico ed economico, da famiglie protagoniste di cittadinanza attiva, col sostegno della Fondazione “Volontariato e Partecipazione” di Lucca e della rivista Animazione Sociale.

Puoi trovare ulteriori informazioni qui.

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Catalogazione e integrazione

A cura di: Davide Vassallo

Dove la notizia di un avvicendamento, per questioni di graduatoria, di una professoressa di inglese costituisce l’occasione per una riflessione e una categorizzazione del “Professore”, secondo il punto di vista dell’integrazione degli studenti diversamente abili.

Per il settimo anno consecutivo ho l’onore di essere l’educatore ad personam (educatore comunale che dir si voglia) di un ragazzo diversamente abile, tetraparetico spastico per una cerebrolesione severa.

In questi anni, di insegnanti e di professori, curriculari e di sostegno, ne abbiamo visti passare tanti…

Giusto l’altro giorno la supplente di inglese (siamo in una terza media) ci annunciava il termine del suo incarico, a favore di un altro supplente, “messo meglio in graduatoria”.
Mi dispiace, la collega è brava, ed è triste che la considerazione di professionalità sia l’ultima ad essere presa in considerazione.
Mi interrogo, inoltre, sulla persona che arriverà: che professore sarà? Che cosa porterà in questa classe? Ne sono interessato soprattutto in un’ottica di integrazione: la personalità del docente è, infatti, un fattore estremamente rilevante nella riuscita di tale delicato processo.
Negli anni ho rilevato, e condiviso con i colleghi, alcuni profili “personologici” di insegnanti e professori. A ognuno di essi, a mio modo di vedere, corrisponde una determinata politica di integrazione.

L’insegnante-Professor Gazzettino Padano
E’ l’insegnante che sa tutto di tutti e, naturalmente, non vede perché non render partecipi i discenti di tale sapere.
Egli racconta aneddoti tratti dalla propria vita famigliare, dalla storia antica e recente del proprio paese e quartiere, con collegamenti creativi e originali a partire da qualsivoglia argomento del programma ministeriale.
L’insegnante Gazzettino Padano condisce i propri racconti con considerazioni, sempre estremamente vaghe ma, proprio per questo, rassicuranti, di ordine politico, morale, estetico.
Gli studenti imparano presto a trarre vantaggio dalla presenza in classe dell’insegnante Gazzettino Padano e non esitano a stimolarlo e pungolarlo su argomenti di attualità locale, notizie dal mondo, meteorologia…
Di solito l’insegnante-Professor Gazzettino Padano non è proprio di primo pelo ma, di recente, mi è capitato di individuarne una variante più giovane e avvezza a strumenti di divulgazione informativa più innovativi: l’insegnante-Professor Social Network.

Ricaduta del tipo sulla persona diversamente abile, politiche di integrazione
L’insegnante-Professor Gazzettino Padano s’intrattiene spesso e volentieri, durante l’ora di lezione e oltre, con la persona diversamente abile, soprattutto se impossibilitata a parlare e, quindi, a protestare per la prolusione di notizie non desiderate cui è sottoposto.
Presto il ragazzo in questione impara ad inquadrare la tipologia di professore e, non appena questi si avvicina, stacca la spina del collegamento orecchio-cervello, perdendosi in più liete fantasie personali.

L’insegnante-professoressa Medjugorje
Questa tipologia di docente è fatalmente colpita dalla sventura che caratterizza il nostro ragazzo diversamente abile.
Ogni volta che i suoi occhi incrociano il banco del nostro, sale spontanea un’esclamazione: “Poverino!” (da pronunciarsi a mezza voce e con tono dimesso).
L’insegnante-professoressa Medjugorje (ne esisteranno anche di maschili, non lo metto in dubbio, ma a me è capitato di imbattermi solo in esemplari femminili) è profondamente convinta di dover risarcire a suon di voti regalati l’incontestabile sfortuna del ragazzo con disabilità. Conferisce a tale missione un carattere sacro.
A volte mi è capitato di veder sancire l’attribuzione di buon un voto in un compito in classe con un fugace, ma palese, segno della croce.
Bisogna dire che i benefici prolusi dall’insegnante-professoressa Medjugorje ricadono anche sugli altri studenti che hanno buon gioco nel giustificare lo scarso rendimento, i compiti non fatti o la lezione stentata con scuse quali:
“E’ tutta la settimana che vado a catechismo fino a tarda sera e poi sono troppo stanco per studiare…”.
“Mi scusi prof., ma sono dovuto andare in Abruzzo alla veglia funebre della zia del mio allenatore…”.

Ricaduta del tipo sulla persona diversamente abile, politiche di integrazione
Con questa tipologia di docente, il nostro è chiaramente stimolato a dare il peggio di se’.
Dopo un iniziale (breve) periodo di disagio, egli inizierà a deliziare il docente con spettacoli degni del premio Oscar.
Il “mio” ragazzo, per esempio, è solito irrigidirsi come la sbarra di un passaggio a livello, strabuzzare gli occhi e trattenere il respiro fino ad arrossire come un semaforo.
Uscita l’insegnante, non manco di manifestare lui tutta la mia contrarietà per tale comportamento: non si prende in giro così una “Professoressa”.

L’insegnante-Professor Talpa
La similitudine con il mammifero sotterraneo non nasce dalla miopia congenita del docente.
L’impossibilità di vedere deriva, invece, all’insegnante dal tenere norme e regolamenti appiccicati agli occhi.
Il professor Talpa è razionale, logico, impeccabile nei sillogismi:

  • Il compito ministeriale prevede risposte aperte. Tu hai bisogno di trasformarle in risposte chiuse. Significa che dobbiamo modificare le prove. Ergo: nonostante tu abbia una soddisfacente padronanza dei contenuti, non possiamo darti il diploma, ma solo un semplice attestato di frequenza (come prescrive la Legge)
  • Insegno educazione fisica. L’educazione fisica è la scienza del movimento. Tu sei in sedia a rotelle.  Ergo: non puoi partecipare alle lezioni di educazione fisica (come prescrive la Legge.)
  • Il PEI (Piano Educativo Individualizzato) è approvato dal Consiglio di Istituto. Il PEI non è modificabile. Il PEI prevede una voce di “espressione orale ….”. Tu non puoi parlare. Il PEI non è applicabile. Ergo: non sei disabile (no, va bè, questa l’ho forzata io, ma giuro che una discussione simile l’ho dovuta intavolare con un insegnante di sostegno!).

I benefici che gli studenti traggono dall’insegnante-Professor Talpa sono inerenti, più che all’area curriculare, alla competenza trasversale che deriva dalla conoscenza delle norme.
Si tratta di una conoscenza importante che, negli anni, gli studenti cercheranno di utilizzare il più possibile a proprio vantaggio (“Prof. non può andare avanti con il programma, manca più della metà della classe, è contro la legge”) anche con sottigliezze linguistiche finalizzate a confondere il malcapitato docente (“Prof. ma è interrogazione scritta o compito in classe? Perché se è compito in classe non può essere somministrato senza preavviso. E’ la legge!”).

Ricaduta del tipo sulla persona diversamente abile, politiche di integrazione
L’insegnante-Professor Talpa è di gran lunga il più dannoso per l’integrazione del ragazzo diversamente abile.
Egli manca completamente dell’unico ingrediente davvero indispensabile perché si attui nella scuola una buona politica di integrazione: il buon senso.

L’insegnante-Professor Bolt
Come il noto velocista caraibico, pluriprimatista mondiale, l’Insegnante-Professor Bolt è impegnato in una corsa contro il tempo.
Il cronometro, impietoso, è costituito dal programma ministeriale.
Tale insegnante, già il primo giorno di scuola, sostiene preoccupato di essere “in ritardo con il programma”.
Nel corso dell’anno tale preoccupazione si trasforma in un’ansia sempre meno contenibile, e il professore è presto preso da una coazione compulsiva alla spiegazione di nuovi argomenti.
Le occasioni di confronto con i colleghi di altre classi non fanno che acuire il malessere dell’insegnante: “Sono tutti più avanti di me”, è convinto.
Persino la vita personale del povero professore ne è irrimediabilmente inficiata: “Sono uscita a cena con degli amici, e pensate che il figlio di XXYY mi diceva che, nella loro classe, stanno già facendo la seconda guerra mondiale!”.
Gli alunni provano, prima timidamente e poi più decisamente, a protestare: non seguono il ritmo e non capiscono buona parte delle spiegazioni.
Ma ben presto sono obbligati a rassegnarsi.
Qualcuno segue fino a gennaio, febbraio, ma poi si adegua al clima generale e imita i suoi compagni applicandosi nelle belle arti (di solito sul diario, ma anche sui banchi o, con la tecnica dell’affresco, sui muri), oppure facendo i compiti delle altre materie o, ancora, allargando gli orizzonti della propria istruzione leggendo riviste di sport estremi o Manga.
Finalmente, l’ultimo giorno di scuola, l’insegnante spiega l’argomento conclusivo ed esclama, accasciandosi esausto ma soddisfatto sulla sedia <<Ragazzi, anche quest’anno siamo riusciti a finire il programma!>>.
A quel punto gli allievi partono con un applauso spontaneo e prolungato, alcuni si alzano a vanno a stringere la mano al Professore, qualcuno si spinge fino a chiedergli un autografo.

Ricaduta del tipo sulla persona diversamente abile, politiche di integrazione
Dal punto di vista dell’integrazione, l’Insegnante-Professor Bolt è il più democratico: non considera minimamente la persona diversamente abile, la sua velocità di apprendimento e i suoi eventuali dubbi, esattamente come non considera minimamente quelli di nessun altro allievo.

Tornado seri, in realtà, l’esperienza scolastica almeno del “mio ragazzo” è sicuramente positiva.
Lo è grazie ad alcuni professori preparati e responsabili (curriculari e di sostegno) che, nonostante la scuola, riescono a vivere con passione il loro lavoro.
Con loro, che hanno saputo cogliere l’opportunità educativa e didattica rappresentata dall’avere in classe uno studente “grave”, abbiamo potuto realizzare piccole sperimentazione di Progettazione Universale (di cui parlerò in un prossimo Post): esperienze che, superando la logica di una programmazione speciale, si sono rivelate valide occasioni di apprendimento per tutta la classe.

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La conoscenza come cervello collettivo

Il post nasce come spunto di riflessione in seguito ai contenuti emersi nel convegno sul Knowledge Management, tenutosi il 13 ottobre nell’Università degli Studi di Milano Bicocca.

Cercherò di spiegare brevemente cosa è emerso da questa giornata rispetto alla visione che le organizzazioni hanno della comunicazione.

Cos’è il knowledge management?

È una disciplina che mira ad aumentare la competitività delle aziende e la professionalità delle persone che ne fanno parte, migliorando la gestione della comunicazione e della conoscenza. Quest’ultima non riguarda soltanto informazioni, documenti e beni digitali ma anche emozioni, relazioni, valori e competenze delle persone che sono parte dell’organizzazione.

La conoscenza come “cervello collettivo”.

Oggi la conoscenza è costituita dal sapere comune e Wikipedia rappresenta il classico esempio. Internet ha determinato il passaggio da un modello di comunicazione “me – you” ad un modello “me – we”. Di conseguenza, anche le organizzazioni hanno iniziato a usare il web per comunicare sia all’esterno che all’interno. Questo tipo di comunicazione, tuttavia, sembra caotica: internet infatti appare uno spazio ingestibile e difficilmente governabile, dove le informazioni circolano liberamente e spesso senza controllo. Ecco perché la “web reputation” è uno dei punti di forte interesse per le aziende. Ad esempio, quando dobbiamo comprare qualcosa o ci troviamo a dover scegliere tra più marche, digitiamo su Google ciò che ci interessa e andiamo a guardare i commenti delle altre persone. Il cliente, quindi, ha la massima libertà di parola, mentre alle aziende si impone la necessità di essere il più trasparenti e sincere possibile.

Ma internet, se usato correttamente, costituisce un grande punto di forza per le organizzazioni: il web ha infatti una straordinaria capacità di coinvolgere un pubblico vario e vasto. La possibilità di poter “entrare” nell’organizzazione permette ai clienti di acquisire maggior conoscenza e fiducia nei suoi confronti e nel contempo offre all’azienda la possibilità di sondare le effettive necessità della clientela per migliorare l’offerta dei servizi.

L’uso dei social network nelle aziende: vantaggio o svantaggio?

La competitività di un’azienda è direttamente proporzionale alla velocità con cui circolano le informazioni. E il social network è, al momento, lo strumento più rapido per far circolare le notizie.

Si parla spesso di “rischio di perdita di informazioni sensibili” come del maggior svantaggio associato all’utilizzo di questo nuovo strumento tecnologico. Durante il convegno sono emerse, a tal proposito, due visioni molto differenti: alcune aziende hanno scelto di lasciare piena libertà ai dipendenti non oscurando nessun sito (nemmeno facebook), altre invece hanno fatto la scelta opposta. Nel primo caso, non si associa la perdita di informazioni aziendali sensibili ai social network (questo, non significa che manchino regole ben precise per prevenire la fuga di informazioni importanti). D’altra parte i social network, interni ed esterni, consentono una maggiore velocità nello scambio delle informazioni (ancor più delle email), sono facili da usare e permettono di ricevere feedback immediati dai clienti. Esistono inoltre social network interni, creati ad hoc per far circolare, per condividere informazioni e documenti nell’intera organizzazione. La raccolta di informazioni interne ci porta nell’ottica del cloud, uno strumento che diventerà presto il mezzo di archiviazione digitale privilegiato. Il cloud (in italiano “nuvola”) consiste in un gigantesco archivio digitale che permette di salvare qualsiasi tipo di file (immagini, documenti, musica, ecc) nel web, in modo che tutti vi possano accedere da qualunque postazione internet (pc, cellulare, ipad).

Nell’ottica del cervello collettivo i social network sono ora il mezzo privilegiato per lo scambio di informazioni e uno strumento che può essere utilizzato a vantaggio delle organizzazioni.

Qualche domanda per voi..

Come viene gestita la comunicazione nelle organizzazioni o società per cui lavorate? Vi ritrovate con il modello di comunicazione presentato nel convegno?

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