Carriera lavorativa: tracce di una colonna sonora

Gli ultimi post di Matteo Lo Schiavo, nonché l’incoraggiamento dello stesso, mi sollecitano a riproporre il seguente post, scritto nel luglio 2013. Tra curriculum cantati e indicibili del non-lavoro  sembrava potesse starci… 

Premesse

Le premesse di questo post (dal quale se non altro si evince la mia predilezione per la musica cantautorale) sono due:

1)     Ultimamente, andando e tornando dal lavoro, mi vien voglia di sentire una canzone, sempre la stessa. Esperienza non nuova nella mia vita, ma questa volta fatico ad attribuire un significato, anche se sono ragionevolmente certo che sia collegato al mio momento lavorativo attuale.

2)     Son convinto che anche nella carriera lavorativa, quota significativa della vita quotidiana di ognuno di noi, esista una colonna sonora e sono curioso di confrontare la mia con quella degli altri “appuntisti” e dei simpatizzanti che ci seguono.

1. Vagabondo che non sono altro, soldi in tasca non ne ho, ma lassù mi è rimasto Dio…

Le prime esperienze lavorative estive risalgono all’adolescenza ma il vero ingresso nel mondo del lavoro è successivo al diploma.

Sono i primi anni novanta e le possibilità di fare esperienza non mancano, anche se si tratta di brevi periodi, l’inesperienza inficia (quasi) sempre i rapporti professionali e le strade sembrano, dopo breve sperimentazione, tutte cieche.

Si passa dall’impiegarsi come operaio, verniciatore, cameriere allo sperimentarsi come archivista, sportellista in centri di assistenza fiscale, commesso in negozi bio…

Gli amici della compagnia, negli stessi anni, vivono le medesime esperienze allo scopo di guadagnarsi qualche soldo per l’università.

La sera ci si ritrova, si fa una macchinata e si parte verso i paesi in riva al lago, cantando a squarciagola una essenza di nomadismo che pare caratterizzarci, nel passare da un impiego all’altro, ma che non perde di fascino e speranza: ancora oggi il chiarore delle stelle sul corpo  mi fa venire la pelle d’oca…

2. Ci vuole un fisico bestiale

Eccolo finalmente, a laurea non ancora ottenuta, il primo contratto a tempo indeterminato nel settore sognato e nel contesto apprezzato da volontario: educatore in una comunità per minori.

Non ho ancora ventiquattro anni e sono entusiasta.

Certo il lavoro è duro, durissimo.

I turni sono infiniti, praticamente non esiste orario, si può tornare a casa quando e se la situazione è tranquilla.

Manca sempre personale, maternità, malattie, vacanze…mi capita spesso di vivere in comunità per settimane, una volta addirittura per un mese intero senza tornare in famiglia; che poi, in effetti, sembra di averne due, di famiglie, una a casa e una in comunità.

Ma è un esperienza fantastica.

Con i colleghi (anzi le colleghe perché i maschi, per lo più, scelgono presto altre strade) ci si prende in giro, si canta: ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti della vita

Invece il fisico bestiale non basta, o forse il mio non era così bestiale come pensavo.

Alla lunga certe situazioni non si reggono e il fatto che a pagare fossero dei bambini già provati non mi andava più…

3. Buffalo Bill

All’inizio del nuovo millennio decido di diventare lavoratore autonomo, consulente di enti non profit.

Nel passare alla libera professione una differenza salta evidente agli occhi: fatichi a trovare persone che partecipano alla tua esperienza e possono cantare con te dei testi condividendone il significato, almeno in ambito lavorativo.

Tocca, molto spesso, cantare da solo.

Però è un bel momento; clienti sempre nuovi, esperienze interessantissime e coinvolgenti (la disabilità grave, la scuola, l’inserimento lavorativo) soddisfazioni e crescita.

L’orizzonte lavorativo si apre di fronte a me come le praterie d’America al tempo di Buffalo Bill e ancora non so se sono la locomotiva, che ha la strada segnata, o il bufalo, che può scartare di lato ma anche cadere.

4. Questa notte è ancora nostra

Come per tanti colleghi, arrivano anche per me anni professionalmente difficili.

E’ un mondo difficile, vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto.

Ultimamente, andando e tornando dal lavoro mi vien voglia di sentire una canzone, sempre la stessa.

Notte prima degli esami , perché mai?

Non credo che sia la coincidenza con l’effettivo svolgersi della prova didattica per molti studenti.

Ci deve essere un altro motivo e qualcosa mi dice sia collegato con l’attuale momento lavorativo; magari però c’entra il ricordo della tensione dei giorni della maturità, il misto di malinconia, di incoscienza e di speranza che caratterizzava quel tempo.

Non lo so, ci devo pensare meglio e, forse, dovrà in qualche modo passare questo periodo perché gli si possa attribuire un significato compiuto…

Però, intanto, questa coazione musicale mi fornisce la scusa per scrivere questo post e per chiedere a voi: quale è la vostra “colonna sonora lavorativa”?

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2 risposte a Carriera lavorativa: tracce di una colonna sonora

  1. matteoloschiavo ha detto:

    In questo periodo mi trovo spesso a canticchiare Luca Carboni. Ma non più Ci vuole un fisico bestiale, che come ci ricorda Davide negli anni Novanta aveva rappresentanto una metafora fresca di quegli anni un po’ drogati.
    Oggi lo stesso autore, accanto al Fisico ha aggiunto anche il Politico, in una canzone che a mio avviso contiene metafore interessanti su questo nostro tempo, in cui “nessuno sa il confine, nessuno sa la fine”. Buon ascolto.

  2. ovittorio ha detto:

    piacevole provocazione….
    grazie Davide!
    rispondo al volo e non potrei fare altrimenti, perchè se dovessi ragionarci troppo mi perderei..
    all’inizio era questa qui sotto, Manifesto dei CCCP. Il cielo sopra e sotto. Lo slancio dei 22 anni dritto nel lavoro in un istituto per persone con disabilità. In quelle parole ritrovare il senso del fare e dello stare; in quella musica la dolcezza e la durezza del colpo, dei quali non posso fare a meno.

    e questa è la musica dell’oggi, quella che più spesso tengo in ufficio mentre lavoro. Non sono più in istituto. scrivo leggo incontro persone telefono faccio riunioni. Questi quartetti, che non vanno da nessuna parte, ma vanno, sono essenziali per non sentirmi spazzato via.

    vittorio

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